Belfast

Ci tengo a premettere innanzitutto che questa non vuole essere una recensione di nessun tipo, ma solo un sincero invito alla visione da parte di un incompetente a cui è piaciuto immensamente un film dalla trama semplice e dai percorsi già solcati ma che riesce a coniugare dialoghi sferzanti e trovate a mio parere geniali; tutti elementi che hanno causato le mie lacrime in sala e il generale imbarazzo, data l’età media di 65 anni. Proprio per questo non mi soffermerò sui dettagli tecnici, ma solo su alcuni aspetti di un film di cui mi sforzerò di delineare alcune tracce senza sconfinare, lasciando magari spazio più a mie suggestioni che a commenti oggettivi, solo sperando di poter catturare l’attenzione e la curiosità di alcuni cinefili e non.

Per arrivare al mio obiettivo, però, sarà necessario che mi seguiate inizialmente in una breve sinossi del film, il cui protagonista è Buddy, un bambino di nove anni che vive nella capitale dell’Irlanda del Nord insieme alla sua famiglia: suo fratello maggiore Will, sua madre e suo padre, il quale purtroppo è costretto a lavorare malvolentieri oltremare come carpentiere a causa del grande tasso di disoccupazione in Irlanda. Buddy va a scuola e, pur non eccellendo ancora in particolari doti intellettuali, riesce ad avere voti abbastanza alti da potersi sedere vicino alla ragazza di cui si è prematuramente innamorato (sì il sistema scolastico rappresentato funziona così, con i posti in classe assegnati in base al voto), anche grazie all’aiuto del nonno che gli è sempre accanto. Ma soprattutto Buddy è una piccola peste di quartiere, conosciuto e amato da tutte le famiglie del vicinato.

Famiglie. Famiglie diverse, anche da un punto di vista religioso. Buddy non aveva mai pensato a questa differenza come a un problema da risolvere, ma non tutti sono così fortunati da pensare come Buddy, né così sfortunati da vivere nel 1969 a Belfast durante lo scoppio di una delle guerre civili più violente del secolo breve. La pellicola, infatti, narra docilmente lo scoppio del conflitto nordirlandese, come poi è stato chiamato, causato da unionisti lealisti protestanti che volevano epurare la città di Belfast (e poi la nazione tutta) dalla presenza cattolica. Il protagonista e la sua famiglia si trovano immersi in una città che da un momento all’altro diventa tumultuosa, macabra e bloccata da barricate che vincolano l’ingresso alle vie ai soli residenti. Ma ciò che rende questo film un piccolo gioiello è la maniera con cui i tragici avvenimenti vengono narrati e mostrati: non con la violenza che caratterizza altri film di questo filone, ma con la delicatezza di un bambino che vorrebbe solo avere il proprio papà tutto per sé per andare al cinema o far colpo sulla ragazza più carina della classe. Proprio per questo nella pellicola sono rappresentate con innocenza e fanciullezza le macerie invisibili di una Belfast in ginocchio, non in maniera esplicita, ma attraverso i dialoghi di personaggi secondari e la televisione. D’altronde Buddy è solo un bambino e la sua patriottica mamma non vuole che soffra o pianga e perciò con l’ausilio degli altri parenti tende a stemperare la tensione di un mondo impazzito e ad ovattare quanto più possibile la violenza diffusa. Proprio per questo motivo tutto il film, che segue le azioni del piccolo Buddy rivela il mondo che si crea intorno a lui, il quale è filtrato dai suoi occhi e dalle premurose attenzioni dei suoi parenti.

Banner lealista e graffiti su un edificio nell’area di Shankill a Belfast, 1970
By Fribbler – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7569750

Un altro aspetto molto interessante del film è la maniera con cui si riesca ad esprimere con chiarezza il forte messaggio che dopo gli avvenimenti delle due guerre mondiali si pensava fosse stato recepito universalmente, ma che, in realtà, sembra non essere stato introiettato ancora oggi: l’inconsistenza dell’intolleranza. Il fattore scatenante della vicenda narrata nella pellicola, così come quello della guerra civile, è proprio questo: il fatto che fondamentalisti religiosi non potessero tollerare che le strade fossero popolate da gente che crede in un dio differente dal loro. Ancora dopo anni di repressione violenta delle eresie (Sébastien Castellion diceva che “l’eretico è quello che non la pensa come me”), sterminio dei nativi americani e antisemitismo, solo per citare alcuni esempi variegati, l’essere umano si sporca nuovamente le mani dimostrando di non aver imparato nulla e costringendo la minoranza religiosa di Belfast alla fuga o alla morte.

Ma anche in questo caso la rappresentazione del regista si dimostra d’impatto e precisa nel marcare alcune contraddizioni, lette sempre dagli occhi di Buddy, il quale, pur non avendo la consapevolezza storica di cui sopra, nota ingenuamente tante incoerenze evidenti sia nelle azioni dei rivoltosi quanto nelle convinzioni dei personaggi secondari del film. Gli atti dei violenti protestanti che mettono a ferro e fuoco la città non assumono perciò senso agli occhi sia dello spettatore che del protagonista, che tra l’altro è rappresentato nel suo essere appartenente all’unica famiglia protestante del vicinato. In questa sua diversità, Buddy non comprende, ad esempio, perché i vicini che egli conosceva da una vita e che si erano sempre presi cura di lui fossero costretti a fuggire solo perché praticavano la confessione e lui no. È quindi evidente attraverso gli occhi innocenti del bambino la morale che il film vuole trasmettere: persino attraverso gli occhi limpidi di un bambino si comprende che anche senza coscienza storica e, soprattutto, non contaminati da una società malata o dall’interpretazione aggressiva di una religione, si può arrivare ad avere la consapevolezza di quanto dove inizia l’intolleranza finisce la società civile.

Un ultimo aspetto, che ha colpito in maniera indelebile una persona incline alle suggestioni del sentimento come me, è la presenza all’interno del film di uno dei personaggi principali colpito da una malattia feroce e silente: la dolcezza della consuetudine. Provo a spiegarmi meglio. La situazione in città è disperata, per quanto la si carpisca dagli occhi di un bimbo. Eppure, uno spiraglio di luce si offre alla famiglia di Buddy. Rimango volutamente nel vago per non rovinare l’esperienza del film a chiunque voglia immergersi in questo catastrofico e dolce mondo, ma racconto solo che in un momento dell’intreccio si offre alla famiglia la possibilità di fuggire, scappare altrove per vivere serenamente lontano dalle bombe, dagli attentati e dai genocidi senza particolari fatiche e accettando l’unico compromesso di non vivere più a Belfast. Non troverete in questa sede la soluzione al dilemma (rimarco che quello che state leggendo è solo un invito alla visione), ma ci tengo a precisare che l’aspetto che più mi ha affascinato di tutta la vicenda è che uno dei personaggi si schieri con forza di fronte a questa possibilità facendo ergere i suoi placidi ricordi e la sua zona di sicurezza sulla ferrea convinzione determinata dalla contingenza che la scelta più giusta sia sempre quella migliore. La mamma di Buddy non è di questa tesi, ha instillata in sé la convinzione secondo cui nessun altro posto che non sia Belfast potrebbe dare una vita migliore a lei e alla sua famiglia. Ella è vittima di un patriottismo esacerbato, ma gentile che cerca non solo il bene del singolo, ma di tutta la comunità che la circonda e che, da un certo punto di vista non solo la sorregge, ma anche la definisce.

E’, dunque, terminata questa mia piccola mostra di impressioni riguardo al film “Belfast” e spero solo di aver acceso in voi, se non una scintilla di meraviglia, quantomeno un piccolo spiraglio di curiosità che vi possa portare in un futuro, seppur lontano, a recuperare uno dei migliori film che quest’annata cinematografica ha deciso di donarci.

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